Il dispositivo dei gruppi locali di ricerca si prefiggeva un triplice obiettivo: primo, l’aumento delle conoscenze diffuse sull’esperienza di vita dei giovani della Provincia di Piacenza; secondo, il trasferimento di abilità specifiche legate al lavoro in gruppo e all’uso degli strumenti e delle tecniche della ricerca sociale; terzo, l’aumento del grado di riflessività e consapevolezza a livello individuale e di gruppo. A questo punto chiedersi come sia andata significa anche mettere al centro questioni di tipo metodologico, legate ai processi e agli strumenti che hanno attraversato P2P nelle sue azioni di ricerca. Chiaramente non può essere questa l’occasione per una valutazione profonda e puntuale degli ultimi nove mesi di lavoro, ma alcuni spunti di riflessione possono essere preziosi.

Possiamo ritrovare elementi di forza e buoni risultati su tutti e tre gli assi di lavoro che avevamo previsto. Dal punto di vista conoscitivo P2P ha effettivamente permesso di mostrare volti nuovi, raccontare storie inedite e rileggere con occhi diversi quelle che già si conoscevano. Hanno preso forma affreschi e mosaici che raccontano in profondità alcune esperienze giovanili piacentine, declinate nei loro ritmi e nei loro spazi, in codici e significati, aspettative e desideri; ha preso forma anche l’intreccio di tutte le interazioni e i raffronti possibili, come quelli legati agli assi delle culture o delle generazioni. Per qualunque lettore questo libretto potrebbe costruire una potente lente di ingrandimento su universi giovanili eterogenei e in divenire, che certo non trovano spazio in così poche pagine e così poco tempo di lavoro, ma che comunque, tra immagini e parole, cominciano ad affiorare.

Anche dal punto di vista dell’acquisizione di competenze i risultati sono tangibili. Imparare a usare un registratore audio, una macchina fotografica o a stendere una traccia d’intervista; imparare a stimolare il racconto degli altri, ad ascoltare attivamente e a formulare le domande nel modo migliore; imparare a stare in un gruppo e in una cornice fatta di carichi di lavoro da sostenere e risultati da portare a casa, e quindi di potenzialità e limiti, di ritmi e di regole, di cooperazione e di mediazione. Sono tutte abilità e competenze trasferibili a molteplici ambiti di vita, dal tempo libero al divertimento, dalla scuola fino al lavoro.

Ma l’aspetto forse più interessante dal punto di vista dei risultati e delle potenzialità è il terzo, quello dell’aumento del grado di consapevolezza e riflessività sulla propria esperienza, sulle proprie relazioni e sugli spazi sociali che si attraversano ogni giorno. Incontrare, intervistare e ascoltare sono in questo senso esperimenti che permettono di ritrovare l’altro e soprattutto di ritrovarsi nell’altro: esperimenti di approssimazione e di rispecchiamento. La ricerca sociale è sempre anche una ricerca su se stessi, e in questo senso non può che aprire spazi di crescita.

Certamente non tutto è andato nel migliore dei modi. Alcune criticità stavano sicuramente a monte, ovvero nella definizione dei programmi di lavoro e nell’esplicitazione di aspettative e obiettivi. Non sempre la ricognizione delle energie e delle capacità in gioco è stata puntuale, a volte abbiamo stabilito obiettivi poco adeguati al punto di partenza e abbiamo avvertito un certo senso di frustrazione che nasceva dal percepire la meta come irragionevolmente lontana. Non sempre abbiamo trovato il giusto equilibrio tra autonomia dei gruppi locali di ricerca e la funzione di guida e accompagnamento da parte degli adulti coinvolti nel progetto, e questo significa che in alcuni casi la presenza dei facilitatori è stata forse insufficiente, in altri eccessiva. Altre criticità sono emerse lungo la strada, e possono essere ricondotte ai diversi modi di ognuno di stare all’interno dell’esperienza di ricerca: i diversi gradi di impegno e costanza, le energie investite nel percorso che non sempre sono state sufficienti, la difficoltà nel segnare il ritmo tra esplorazione e riflessione. In tutto questo ognuno ha dovuto fare i conti con i propri desideri e i propri vincoli, ognuno ha dovuto pagare la propria relativa inesperienza: le ragazze e i ragazzi dei gruppi locali, gli educatori, i ricercatori.

Ma in questo bilancio di incidenti e successi c’è tutto lo spazio per il futuro, lo spazio per mettere a frutto la mole notevole di esperienze maturate. Ci sembra che parlando di peer research e di ricerca partecipata la questione da mettere a fuoco sia in realtà più ampia, e chiami in causa l’intenzione di fondo del riequilibrare i punti di vista, ridistribuire gli spazi di parola, trasferire competenze e quindi anche potere. È chiaro, insomma, che il discorso sui gruppi locali di ricerca ci porta a ragionare in maniera più sistemica sul tema della partecipazione. E allora, in attesa della possibilità di ricominciare, proviamo a chiudere con qualche elemento di attenzione, un promemoria che ci teniamo per un domani, per meglio orientarci sul terreno assai scivoloso delle questioni partecipative.

-       La partecipazione non può essere un evento, deve essere un processo. Si corre il rischio di confinare la sperimentazioni di dinamiche interattive più orizzontali all’interno di oasi partecipative blindate, quando forse sarebbe il caso di ragionare su un cambiamento complessivo e sistemico delle relazioni tra chi ha voce e potere e chi si trova in posizioni tendenzialmente subalterne, a partire dai giovani. L’ottica partecipativa dovrebbe entrare nel dna del territorio, come ingrediente di base di ogni politica e non come improbabile ciliegina su una torta confezionata in qualche luogo lontano.

-       La partecipazione non è una pratica spontanea. Non è sufficiente fare qualche passo indietro e lasciare spazio; non è sufficiente passare un microfono e chiedere ‑ come spesso si fa in modo pretestuoso – di esprimere un punto di vista. Promuovere la partecipazione non significa astenersi, significa investire. Investire risorse, energie, tempo e fatica. Per impostare un ragionamento a partire dalle sue fondamenta, da un livello zero di alfabetizzazione e sperimentazione che non può che basarsi su fallimenti e occasioni perse, ma utili ad apprendere e a crescere. Imparare ad ascoltare, imparare a comunicare, imparare a chiedere. Imparare a riconoscersi e cominciare a riconoscere l’altro. Solo a partire da questi esercizi base si potranno immaginare esperienze di protagonismo e di assunzione di responsabilità.

-       La partecipazione chiama in causa un intero sistema, non solo un attore. Occorre prendere le distanze dalle retoriche che si concentrano solo su un frammento di un mosaico complesso, intendendo la questione partecipativa come una sorta di problema dei giovani e non come un nodo cruciale nella definizione delle relazioni tra l’individuo e ciò che gli sta attorno: la promozione della partecipazione è un impegno su più fronti, una questione di scambi. In questo senso un lavoro esclusivamente legato all’emersione e alla rivendicazione di un punto di vista sarebbe incompleto: è necessario lavorare anche alla costruzione di un pubblico e di un contesto attento e recettivo, pronto ad accogliere, comprendere e valorizzare il materiale conoscitivo ed esperienziale portato. Un contesto sociale e un sistema politico e istituzionale che colgano l’occasione di apertura per ripensarsi profondamente, nelle loro dinamiche e nei loro stili.

 

 

 

 

 

 

 

 

L’evento finale si è svolto a Piacenza presso Spazio4, il 15 settembre 2010. Durante l’arco di tutta la giornata, è stato possibile visitare le mostre dei tre contesti locali (Piacenza, Fiorenzuola, Sarmato). Dalle 15 si è aperta la sessione ‘Racconti e dialoghi’, in cui si sono messe a confronto i risultati del progetto con le peculiarità locali del territorio provinciale piacentino. In seguito si sono svolti i laboratori (capoeira, beat box, dj’ing, street art e ciclofficina), gratuiti e aperti a tutti. La serata è andata avanti con un piccolo buffet e la partecipazione dei dj di Spazio4.

 

Il progetto P2P – Generazioni Ponte a Piacenza nasce nell’autunno del 2009 per promuovere il riconoscimento e la partecipazione attiva delle ragazze e dei ragazzi del territorio della Provincia di Piacenza. L’obiettivo è quello di recuperare le voci sommerse dei giovani, di costruire contenitori di scambio in cui sia possibile condividere saperi e stimolare l’emersione di punti di vista non sempre considerati in sede di formulazione di politiche. Confronto e trasformazione sono le parole chiave di un percorso che comprenderà racconti, proposte e sperimentazioni, nella prospettiva di garantire pari opportunità di accesso a percorsi congruenti con i propri desideri.

P2P. Seminiamo storie per crescere insieme.